La storia degli Smithereens è un po’ come quella dei Free: un gruppo composto da quattro bravi ragazzi che volevano divertirsi e che ce l’avevano fatta. Ora, facendo i dovuti distinguo fra l’epoca, il contesto, la musica ed i ragazzi in questione, gli Smithereens attraverseranno oltre trent’anni di musica con la consapevolezza che la loro epoca d’oro, la seconda metà degli anni 80 fino a metà dei primi 90, non avrebbe scalfito la loro voglia di fare musica e di essere quel gruppo di bravi ragazzi presentati da un arzillo vecchietto nel video di “Drown in my own tears”.
Certo, a vederli potreste scambiarli per impiegati del catasto, ragionieri, fattorini delle poste, ma nello scrivere canzoni credo che abbiano avuto quel tocco magico che li renda degli artisti puri. In particolare, la sagace penna musicale e lirica di Pat DiNizio, cantante e chitarrista del gruppo, è il fulcro su cui le canzoni degli Smithereens passano dalle ballate più profonde a quell’influenza del rock classico degli anni 60 (soprattuto Beatles e The Who) che tanto piace ai nostri. Aggiungo, quando si scrive un disco perfetto come “Green Thoughts” credo che ci siano pochi dubbi al riguardo. Possedere un vinile del genere per me è un quasi un privilegio.
Solita scoperta di Magellano, che lo scaraventò a casa dal nulla e mi piacque subito. Così confidenziale e ammiccante da non lasciare scampo, il disco si apre con un pezzo dal riff conturbante e un ritornello che ti entra in testa senza chiederti il permesso, “Only a memory” è il marchio di fabbrica di Pat DiNizio, voce leggermente sofferente, un amore quasi finito che ti cattura immediatamente e quel coro finale a fare proprio da memoria che pian piano svanisce. “House we used to live in” è la classica “seconda traccia”, con un altro riff di chitarra calibrato e immerso in pieno nel brano. Il suono rispetto all’album precedente è più “americano” e in questa canzone ricorda maggiormente i Byrds. Ah, dimenticavo che le chitarre sono coadiuvate molto intelligentemente dal magnifico Jim Babjak, le batterie solide e da timekeeper sono di Dennis Diken ed il basso dello sbarbatello Mike Mesaros (si fa per dire del suo viso d’angelo) che sapientemente ricama ed incolla batteria e chitarre prendendosi e dosando i suoi spazi.
È l’ora della ballata di metà lato: “Something new” è qualcosa di magico, una coperta calda come la voce di DiNizio, con il solo di chitarra quasi panamericano che avvolge il pezzo. Due minuti ben spesi. Con “The World we know” si torna al rock, riff di chitarra senza troppi fronzoli e stop giocati benissimo fino al ritornello a due voci, il solo che si snoda su una differente tonalità per poi tornare alla base e mandare in raddoppio le voci per un bridge azzeccatissimo. Il lato si conclude con un’altra ballata dal sapore jazz, Pat DiNizio alle prese con le ali spezzate di un amore in caduta libera, “Especially for you” trova il suo giusto tocco finale in un solo di sax che porta il brano fino alla fine, e sento che potrei anche concludere l’ascolto soddisfatto.
Invece, su gira il vinile, ci aspetta il lato B. S’inizia col botto, almeno per me. “Drown in my own tears” è una di quelle canzoni che avrei voluto scrivere: riff di chitarra all’apparenza semplice e scontato ma che nasconde tante piccole variazioni armoniche, quando Pat DiNizio comincia a cantare non ho nessun dubbio nel definire tutta la progressione di accordi che parte dalle strofe per snodarsi con il ritornello come un autentico atto di maestria musicale. Pat canta il solito amore affogato nelle lacrime. L’assolo di Jim Babjak entra come se nulla fosse successo nel frattempo, dando il colpo finale al capolavoro. Arriva “Deep Black”, altra ballata con il riff della chitarra a 12 corde che detta i tempi e in mezzo il bottleneck slide a tracciare delle rotte spaziali di un altro amore perso nel vuoto e nella voce di Pat DiNizio. “Elaine”, ballata apparentemente allegra e scanzonata ma che nasconde un “love affair” che deve concludersi col solito nulla di fatto. “Spellbound” si apre con una chitarra profonda e ipnotica. Pat canta un amore che lo ha stregato e catturato per sempre e di cui non riesce più a fare a meno. “If the Sun doesn’t shine” è una bellissima ballata che ricorda da vicino le finezze vocali dei Beach Boys, rincarando la dose con un’impronta sonora sixties assolutamente riuscita. “Green Thoughts”, la title track dell’album sembra quasi un di più che la band ci regala tanto per non farci sentire la bocca asciutta alla fine. La verità è che mettono la ciliegina sulla torta, con il riff di chitarra che come ha aperto il brano, così lo accompagna alla fine.
È ora di togliere la puntina dal vinile, ci si sente soddisfatti dopo aver ascoltato questo disco, tanto da non desiderare altri ascolti. Gli Smithereens realizzeranno altri album, altri piccoli grandi capolavori usciranno dalla chitarra di Pat DiNizio, tra cui la bellissima “A girl like you”, ma nulla potrà superare la perfezione di un vinile come “Green Thoughts”.
Questo articolo è dedicato alla memoria di Pat DiNizio che con il suo incredibile talento ha risollevato le mie giornate di adolescente.
(novembre/dicembre 2024 – RoadtoRuin n.118)


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